Pittura sinistra dell’ingresso principale, il sepolcro di

Pittura e scultura all’interno della Chiesa di Santa Sofia a PadovaAdele Bertazzolo; Gruppo di lavoro: Chiara Banzato, Anna Fiorin, Maria Vittoria MartinolliEntrando nella chiesa, anche un occhio non esperto potrà notare l’austerità e la semplicità dell’ambiente. Nel Cinquecento e nel Settecento l’interno era stato modernizzato (seguendo i canoni dell’epoca) ma grazie ad alcuni interventi, datati anni cinquanta del Novecento, è potuto ritornare ad avere un aspetto più severo e armonico come doveva essere tra il Trecento e il Quattrocento.Il visitatore per prima cosa, può notare il soffitto a volte a crociera intonacato con motivi semplici e ripetuti (a quadri bianchi e neri; a foglie). Tale copertura risale agli interventi voluti e promossi da Stefano da Carrara nel tardo Trecento. Stefano da Carrara, figlio naturale di Francesco il Vecchio da Carrara, grazie all’egemonia politica e religiosa della famiglia divenne, verso la fine del Trecento, vescovo di Padova, sua città natale, dove operò fin quando la signoria cadde e fu costretto ad andarsene prima a Firenze, poi a Roma dove ottenne altri vescovadi tra cui quelli delle città di Nicosia, Teramo e Tricarico. Continuando la visita, si trova, a sinistra dell’ingresso principale, il sepolcro di Lodovico Cortuso, giureconsulto morto nel 1418. Il termine giureconsulto indicava un esperto delle discipline giuridiche e della relativa metodologia sul piano teorico e pratico. Leggenda vuole che Lodovico dispose che ai suoi funerali partecipasse un coro di dodici ragazze vestite di verde, accompagnate da cinquanta suonatori e da tutti gli ordini monastici, eccetto, però, quelli in abito nero.  Sono conservate anche altre Lapidi di studenti germanici che qui avevano sepoltura.Santa Sofia, inoltre, conserva tracce di affreschi del XIII e XVI secolo, come la Madonna col Bambino della seconda metà del Duecento inserito in una nicchia dell’abside. La Madonna è rappresentata con i caratteri della “Madre di Dio della Tenerezza”: le guance del bambino e della Madre si avvicinano fino a toccarsi;  le due figure si scambiano baci e carezze, la Madre tiene tra le sue la mano del bambino, questi infine spinge l’affetto sino a cingere il collo della Madre col braccio.Tale rappresentazione viene identificata con il termine greco eleousa che designa, appunto, l’atteggiamento amoroso tra Madre e Figlio, volto a provocare la pietà (dal greco eleos) e la misericordia del Figlio verso i fedeli. Lo stile si avvicina molto a quello della miniaturista dell’Epistolario di Giovanni da Gaibana, conservato alla Biblioteca Capitolare.Se quest’ultimo è collocabile nel Duecento, l’affresco, collocato su un pilastro della navata centrale, Madonna in trono col Bambino fra due Sante, è databile invece agli inizi del XVI secolo ed è di scuola giottesca. L’arte di Giotto ispira anche un’altra Madonna col Bambino situata nella lunetta esterna all’abside di cui però ci restano solo alcuni frammenti.Spostandosi di fronte al secondo altare a sinistra, il visitatore può infine vedere la Pietà di Egidio Gutenstein da Wiener Neustadt. Quest’opera in pietra policroma è del 1430. Grazie ad alcune note dei cronachisti dei secoli passati, ci è concesso sapere che l’appena diciassettenne Andrea Mantegna, nel 1448, già definito magister e pictor, aveva ornato l’altare maggiore della Chiesa. Della sua opera, però, ci resta solo la trascrizione della scritta dove Mantegna citava il suo luogo di nascita: un piccolo paese veneto, tra Vicenza e Padova, l’Isola di Carturo. Dal 1963 questa frazione del comune di Piazzola sul Brenta, in provincia di Padova, prende il nome di Isola Mantegna in onore del pittore nato qui nel 1431. Dietro alla semplicità di una Madonna col Bambino, di un volto della Pietà di Gutestein, di una trascrizione del grande Mantegna, Santa Sofia resta uno degli emblemi della città di Padova che affascina per la sua storia e la sua lunga tradizione.

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